E’ grigia, caro amico,
qualunque teoria.
Verde è l’albero d’oro della vita
(Goethe, Faust - I parte, Studio)
Anna Pacifico è laureata in Storia e Filosofia. Parte della sua tesi in Dottrine politiche fu pubblicata nel 2002, da Il Segno dei Gabrielli editore, per la collana Educatori e formatori, con il titolo Max Weber, I fondamenti della sociologia politica. Dopo l’esperienza dell’insegnamento, si può far risalire a questa data la decisione di Anna Pacifico di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Autrice di recensioni e articoli relativi a tematiche storico-letterarie, pubblicati su riviste nazionali e internazionali, oltre che di opere di narrativa e di poesia, sin dagli anni settanta, ha preso parte attiva al dibattito inerente la cultura delle differenze e la soggettività femminile. La raccolta Di Eva in Eva, edita da questa casa editrice nel 2006, testimonia l’impegno dell’autrice nella ricerca e nello studio in questo ambito. Ella giunge, infatti, a delineare trenta ritratti di donne della storia in versi, il cui agire da pioniere della lotta per l’affermazione dei loro diritti è sentito e proposto dall’autrice per la forte sollecitazione di ‘guida’. Il lavoro, presentato in occasione della festa dell’otto marzo 2007 ad Aversa (Giornata internazionale della donna) alla presenza di Maria Luisa Spaziani, è stato ritenuto dalla nota autrice di Donne in poesia “apprezzabile dal punto di vista formale e ancor più apprezzabile per il valore della memoria storica in esso condensato, a testimoniare quanto le donne, al pari degli uomini e, si auspica, in armonia con l’altro sesso, possano fare per migliorare le società del futuro”.
A partire dalle prime composizioni poetiche di A. Pacifico è possibile ravvisare, come evidenziò per primo Cosimo Damiano Fonseca, “un itinerario in cui concorrono e si fondono un’intensità di pensiero e una finezza di linguaggio rifuggente da orpelli e stereotipi, e mirante a fornire della corporeità il significato ampio e profondo legato al senso stesso della vita’. L’esigenza di poetare della Pacifico trova di fatto le sue radici nell’intimo contrasto, fortemente avvertito dalla scrittrice, tra il mondo delle aspirazioni e quello della realtà, contrasto che è possibile riscontrare in tutte le opere finora pubblicate. Il linguaggio poetico si caratterizza per la forza delle immagini, talvolta dalle tinte violente, pronto poi a ‘stemperarsi in toni delicati e in atmosfere di rarefatta levità’ . Ciò accade nella silloge Per rabbia e per amore (Adda 2004), recensita sulla rivista Incroci da una raffinata filologa e scrittrice come Raffaella Lucia Pagliaro, e atmosfere capaci di altre e differenti suggestioni plasmano il contenuto delle rare e deliziose plaquettes in edizioni numerate, molto richieste dai fedeli lettori di Anna Pacifico.
Una singolare prospettiva ispira la silloge Elegia delle stelle, edita da LietoColle: la riedificazione dell’essere tramite l’elevazione dello sguardo, filosoficamente aderente alla dichiarazione kantiana secondo cui due sono le cose degne di ammirazione, il cielo stellato e la legge morale. Ma il rimando esplicito è alla filosofia di Giordano Bruno, chiarito nella prefazione, per quel richiamo alla ‘mente sopra le cose’ , principio inconoscibile e che pure risulta esercitare da sempre una forte attrattiva nei poeti come nei filosofi. Ciò che sta a cuore alla poetessa è cogliere ‘l’anima del mondo in ogni cosa’, manifestazione di un perenne divenire, ma anche di un perenne rinnovarsi dell’Essere. Il messaggio è espresso, in questa armoniosa silloge, con il tono dell’elegia, secondo l’effetto del canto modulato a due voci, canto e controcanto, un rimando continuo tra cielo e terra, in cui l’anima è tutta compresa nell’eroico furore, contemplazione dell’infinito, che pur tradotto nel moderno dire e sentire, non devia dalla via della verità. Una, in sintesi, la verità colta dal grande filosofo campano, la cui condanna al rogo, il 7 febbraio 1600, è costantemente ricordata dalla poetessa come emblematica resistenza del libero pensiero ed espressione di una fede laica e universale alla quale ella sente di aderire: “la divinità, contratta in noi, non è necessario cercarla fuori di noi”.
Il percorso introspettivo, nella forma dell’attitudine alla riflessione di stampo filosofico, è impostato già nel primo romanzo di A. Pacifico, Tutto il tempo da vivere, Adda ed., (riconoscimento dell’Accademia internazionale Alfonso Grassi di Salerno nel 2000, premio A. De Curtis). Trattasi di un romanzo breve, illustrato dalla figlia della scrittrice, Danila Ronzo, in cui l’autrice ripercorre sul filo della memoria le prime tappe della sua vita. I ricordi del passato si presentano vividi alla mente della protagonista, che scorre tra gli impegni professionali e le preoccupazioni quotidiane. Dall’indagine, condotta sottoforma di dialogo, o come preferisce definirlo l’autrice, di metalogo, con un misterioso interlocutore (celato nel pc), emerge la volontà di cogliere meglio il presente e con esso la propria interiorità, nell’ affannarsi del vivere quotidiano, senza timore di ‘fare i conti’ con la propria coscienza, mai stanca di porsi interrogativi sulle ragioni ultime di un’esistenza, costantemente orientata, nelle scelte faticosamente compiute, alla funzione etica.
La scrittura di Anna Pacifico, a detta di Giuseppe Farese, letterato di fama internazionale e massimo conoscitore italiano di Arthur Schnitzler, che la scrittrice considera suo mentore, tiene conto delle minime esperienze dell’esistenza, elaborate letterariamente, “E’ questo modo di narrare” egli spiega, “che denota il poeta; elaborare cioè la propria vita e quella altrui, passata e filtrata attraverso una capacità di scrittura molto fine, produce libri piacevoli da leggere e che trasmettono sentimenti. A. Pacifico riesce a esprimere i minimi fatti dell’esistenza con una scrittura piana, raffinata, anche quando il tema si fa scabroso. Vi è in lei la capacità specifica di elaborare la propria esperienza e l’altrui in maniera icastica e brillante. Si tratta di una scrittura profondamente umana, la cui resa è impeccabile poiché è possibile rintracciarne la ‘cifra’.” In tutti gli scritti di A. Pacifico, infatti, non mancano spunti di riflessione e di analisi psicologica. Ciò accade per la prosa come per i versi, caratterizzati dalla contrapposizione ricorrente tra parole e immagini. “Quel che si coglie è la sofferenza che si pone tra l’Io e il Sé, che l’autrice affronta con intento del tutto diverso da quello psicoanalitico, di tipo semplicemente conoscitivo. Si tratta di un particolare processo di riappropriazione del vissuto che avviene attraverso la meditazione sulle tappe della propria storicità, una storicità emblematica della scrittura femminile, secondo la quale, se si vuole individuare uno dei tratti di tale scrittura, la narrazione non si espande alla luce di un’idea della vita, ma fa affiorare in maniera contestuale la relazione dei singoli personaggi con l’ambiente fisico. E’ nei luoghi che si mette in moto la coscienza, esprimendo il suo disagio, e la scrittura, limpida, tranquilla, scava nella vita, si addentra nelle singole esistenze, per giungere a cogliere sprazzi di verità. E non è la verità dei filosofi che si palesa, tendente ad una verità monolitica, sebbene quella dell’interiorità, ove non è dato spazio fisico, ma quello incommensurabilmente più vasto dei ricordi, delle sensazioni e delle pulsioni, e che apre la via verso l’ autenticità”. (rec. di Teresa Sapienza)
Nel romanzo Una storia che credevo chiusa, opera recente della scrittrice, ancora una volta di nostra edizione, nella linearità dell'impianto narrativo sono fusi, nel revival dei due protagonisti, Olga e Valter, due apparenti e contrastanti percorsi esistenziali convergenti in un'unica esperienza umana. L'interdipendenza delle due storie, abilmente costruita, risulta essenziale per cogliere, nella dinamicità delle sequenze narrative, lo scomporsi e il ricomporsi di due stili di vita, emergenti peraltro da due diversificati modelli educativi, familiari e sociali. La scelta letteraria di Anna Pacifico si allinea, qui con decisione, al filone narrativo che ricorre alla utilizzazione dello strumento dell’ introspezione psicoanalitica per scavare nelle pieghe più profonde e consentire, per tale via, una emersione di sentimenti, di stati d'animo, di conflitti interiori che, in definitiva, giungono, nella oggettività dei dati, a un insistito processo di autoterapia. Ecco allora affiorare lungo le pagine del romanzo, al di là della singolarità dei vari casi, un filo conduttore che rinvia a un senso di precarietà, di insoddisfazione, di "stanchezza" - termine quest'ultimo riproposto con frequenza nel lessico dell’autrice - tipico di una società in galoppante trasformazione e come tale, preda di ricorrenti frustrazioni. L'assunzione, quindi, di questa chiave intimistica del racconto, si rivela quant'altri mai feconda ed appropriata in linea con esclusive e autorevoli tendenze della narrativa contemporanea, non ancora del tutto asservite alla scrittura per cinematografia.
Va riconosciuto inoltre il merito all’autrice di questo bellissimo romanzo di suggerire e riproporre il nesso ineludibile tra prodotto letterario e problematiche sociali ad esso sottese. Si tratta, per queste ultime, del microcosmo familiare oggi più che mai specchio riflesso di una crisi radicale che attanaglia la società e che, specialmente per il suo essere innervato su valori rivenienti dal diritto naturale e su patti di stabilità e di reciprocità, richiede processi lunghi di maturazione ai fini delle scelte e costanza costruttiva ai fini della durata. Una storia che credevo chiusa offre lo spaccato dell'istituto matrimoniale nella società contemporanea con il rendere testimonianza di come il matrimonio sia oggi esposto a dirompenti contraccolpi, per il suo essere legato al ‘tempo lungo’ della storia umana, a fronte del ‘tempo breve’ delle società connotate da continui processi di cambiamento e di trasformazione.
Nella produzione di Anna Pacifico è possibile riscontrare, inoltre, un po’ ovunque, una grande passione per l’arte nelle sue diverse espressioni, anche se resta il rapporto privilegiato “guancia a guancia con la filosofia e la poesia” come dichiarava Virginia Woolf, non a caso una delle scrittrici predilette dalla nostra autrice. Per essere Anna Pacifico dedita allo studio del pianoforte e del violoncello, non esita, di fatto, a cimentarsi in sperimentali forme di produzione artistica. Ha musicato, infatti, alcune delle sue liriche e sperimenta letture al piano di testi poetici, finalizzate alla ricerca di una più stretta relazione tra suono e parola. L’attenzione rivolta allo studio della parola e della scrittura la indusse poi, già negli anni novanta, a studiare Grafoanalisi allo scopo di approfondire la comprensione del segno grafico e utilizzare, in particolar modo durante gli anni dell’insegnamento, la Grafopedagogia. A Verona, dove vive e lavora, ha dato vita nel 2007 al primo Centro di lettura e continua a farsi entusiasta promotrice di progetti culturali. Presidente per la sezione Veneto della Società Lettere Arti e Scienze, Anna Pacifico è redattrice della rivista internazionale Lettere Arti e Scienze
