Anna Pacifico - Filosofia per la Vita

le opere

Una storia che credevo chiusa


Anna Pacifico nell’affrontare il tema della famiglia, universo in via di disgregazione nella sua forma tradizionale, ripropone in questo romanzo un concetto che le sta a cuore, quello del gioco della frammentazione e della scomposizione del soggetto.
Nuove e vecchie dinamiche, e funzioni interattive, all’ interno del microcosmo familiare inducono a riflettere sui singoli più che sull’istituzione famiglia. Questa, se mai, sembra configurarsi positivamente soltanto in quanto luogo prediletto per la riconciliazione e la relazione. In essa i soggetti pretendono ascolto e si dispongono all’accoglienza dell’Altro nella modalità più sincera e leale possibile, poi che i luoghi e i tempi del discorrere vanno pericolosamente restringendosi.
I personaggi della vicenda, connotati qui nello spaccato sociale del secolo scorso, assumono funzioni simboliche in eterno conflitto, talvolta sospinti al tragico annientamento di sé. Olga e Valter, volendo sottrarsi all’angoscia di trovarsi incarcerati, intromessi nell’altro o nell’altra, finiscono per diventare prigionieri di effetti di simmetria che si alternano in un gioco di relazione che sembra non avere mai fine.
La possibilità di un dialogo, nell’era tecnologica, nelle metropoli impazzite, non è che faticosa ricerca di un linguaggio che stenta a formulare un discorso esaustivo e può monologare o tutt’al più essere interpretato. Quel che resta è un inespresso tentativo di ricognizione e di accomodamento di ciascuno, ricorso all’istinto di sopravvivenza, contro il mutismo, l’allontanamento e la follia, sintomi di rimozione e di cedimento.
La donna, prima protagonista del romanzo, è colei che crede nel dialogo, come unica possibile modalità di relazione, e nell’attesa, perché solo nell’accogliere è dato il rivelarsi di una qualche possibile verità.

 


Per informazioni e acquisti
www.addaeditore.it