Anna Pacifico - Filosofia per la Vita

le opere

Per rabbia e per amore

Il titolo che Anna Pacifico ha voluto dare a questa raccolta di liriche dichiara immediatamente al lettore le ragioni e lo stato emotivo da cui muove la sua poesia. Da un lato la rabbia che nasce dalla consapevolezza della tragica realtà dei nostri tempi; dall'altro l'amore per chi soffre, per chi patisce ingiustizie, ma soprattutto l'amore per la vita e per la bellezza del mondo. Sicché il fare poesia di Anna si snoda in chiaroscuro: ma alla fine sul buio dell'oggi prevale la speranza, l'attesa di un domani rischiarato dall'amore. È una poesia che 'aggredisce' il lettore e lo cattura subito già dalla prima pagina emblematica, dedicata alla madre, o meglio ad ogni madre: una lirica intensa e commovente, che si snoda lungo un asse concettuale in cui fai fatica a scindere il binomio madre-albero, in cui si alternano immagini naturalistiche a memorie dolcissime d'infanzia; il senso dell'eterno divenire del mondo contrapposto alla brevis hora che ci è assegnata, formano un campo semantico comune all'albero e alla madre. L'albero-madre e il ramo-figlia sono uniti da un medesimo destino: di vita e di morte, ma anche di amore tenace, che non si arrende alla sofferenza, che si rigenera da sé stesso, incessantemente, instancabilmente. L'esperienza haiku della seconda lirica ("Ispirazione" : «Pura luce filtrala in gocce / profondo squarcio nella roccia») ha l'intensità e la profondità di una tela di Fontana. Il dramma della morte si traduce in malinconia dolce di memoria: «Di noi si ricorderanno / come di una melodia / che non si sa più cantare». Poi, il momento della rabbia; per i soprusi. per la violenza che dominano la nostra realtà, per la tragedia degli emigranti e dei desaparecidos, per le guerre che seminano morte e confusione: «confusa mistura, poltiglia di ragioni, di giustizia e di ingiustizia, di colpe e di accuse». Sono immagini forti, violente, quelle che connotano queste liriche: la dolcezza di Anna si trasforma qui in urlo dinanzi al sangue e al terrore che si legge nei volti di chi patisce e anche di chi fa la guerra; diventa «furia per le cose del mondo cosi umanamente stolte». Ma torna subito il contrappunto: Anna - che e anche violoncellista - sa alternare queste frasi musicali, passando con perizia da un crescendo ad un andante, come quando in "Sogno di una mattina di mezz'estate" si abbandona alla pace del mare che a sera «dorme sotto la coperta bianca della luna». Altre volle è l'abbraccio della neve che assorbe in sé l'anima della poetessa, al punto che ella non riesce più a distinguere tra il suo respiro e quello misterioso della natura, né sa se nel lento cadere delle falde leggere il tempo abbia un po' allentato la sua corsa vorace: un' illusione che si vorrebbe durasse a lungo, sì da vincere la dura legge eraclitea del tempo. Nella descrizione dì una Venezia silenziosa, in cui unica voce è lo sciabordio del canale, la luce bianca che investe i muri e di rosso del vetro di Murano creano un'atmosfera di contenuta sensualità, in cui appena si accenna ad una storia d'amore, a baci rubati, a brame di sensi. Ma la malinconia ci assale quando leggiamo "Anticaglie", quando con la poetessa tentiamo di recuperare «ritagli di tempo e pezzi di memoria» che ci riportano ad un'infanzia improvvisamente interrotta, alle immotivate tristezze dell'adolescenza, ai cortili assolati in cui risuonano antiche filastrocche... Poi questa stessa memoria rimanda ad esperienze ben più tragiche, come quella vissuta da Yolande Mukagasana, "morta vivente", unica superstite della sua famiglia nella guerra civile che si è scatenala in Rwanda tra Hutu e Tutsì: una tragedia consumata nel silenzio, senza lacrime, sullo sfondo di un paese dilaniato dall'odio e dall'orrore, in cui la ferocia è diventata legge del più forte. Stessa dolorosa realtà nella lirica dedicata ai bambini vittime della crudeltà degli adulti: «angeli del gelido limbo, in un battere di ali». A questo punto il canto si fa grido di dolore o flebile lamento; ma quando il dolore è in piena e sta per straripare, allora una preghiera mariana sale prepotente dal cuore a trovare un approdo di speranza. Sorprende qui la sapienza con cui la poetessa concilia l'asintatticità tipicamente surrealista del "flusso di coscienza", che rinnega la punteggiatura, con una fluidità e pacatezza di forma che consente comunque al lettore di cogliere l'afflato mistico che sottende ogni parola di questa lirica. Nella sensibilità di Anna Pacifico si fa netto il contrasto tra il mondo delle aspirazioni e quello della realtà: come in un'acquaforte o in un dipinto espressionistico, i temi che afferiscono alla nostra realtà sono presentati con forza di immagini e con tinte violente, per poi stemperarsi in toni delicati e in atmosfere di rarefatta levità, quando l'anima si raccoglie sulle sue memorie, o sulle sue attese. Anche il paesaggio e le creature che lo compongono (alberi, uccelli, vento, neve, boschi, fiume) sono investiti da questa spiritualità dell'autrice: oscillano tra immagini tenere, sognanti, talora surreali, ed altre possenti, dinamiche, sensuali, dì dannunziana memoria. Questa abilità di passaggi repentini da un barocco a volte voluttuoso, a volte tragico, alla dolcezza, si direbbe saffica, di certi notturni o di emozioni frenate connota tutta la poesia di Anna Pacifico: due modi di sentire che non restano inconciliabili tra loro, ma trovano il punto di sutura nella gioia di esistere non in un'esperienza solipsistica, ma in comunione con gli altri. È il desiderio di esprimere con parole ardenti il messaggio di speranza e di attesa di una coesione tra gli uomini che salva dalla disperazione dell'oggi e da ogni antinomia. Ma Anna sa anche che per gli uomini prigionieri delle “insensate cure” è difficile accogliere questo messaggio: allora si rivolge solo a chi sa ascoltare, a chi lotta e si lascia intenerire e fa di «saggezza amore». Solo a questi pochi ella sa di riuscire a trasmettere, al di là della denuncia del male della storia - che può sembrare perfino cosa ovvia - il suo «desiderio corale di esistenza» e la luce che si accende nella sua anima: «Io ho le mie luci / che mi dimorano dentro / che brillano di vita propria / e mi accendono di parola ardente». E’ questa parola ardente, di vago sapore dannunziano - il D'Annunzio de Le città del silenzio - .questa parola scavata nel silenzio dell'anima, che sigla la raccolta e ne costituisce la connotazione più fascinosa.

Raffaella L. Pagliaro
Da INCROCI - Semestrale di letteratura, n.11 luglio-dicembre 2004


Nell’itinerario poetico di A. Pacifico concorrono e si fondono un’intensità di pensiero e una finezza di linguaggio rifuggente da orpelli e stereotipi e mirante a fornire della corporeità il significato ampio e profondo legato al senso stesso della vita.
(Cosimo Damiano Fonseca)


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